Il Test di intelligenza
Per alcuni i test di intelligenza costituiscono la migliore giustificazione dell’esistenza della psicologia quale scienza applicata, per altri, essi sono un disastro scientifico e sociale.
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Il quoziente d'intelligenza si definisce così: età mentale x 100/età cronologica.
Si moltiplica l'età mentale per 100 esclusivamente per sbarazzarsi dei decimali. Il quoziente di intelligenza si misura con una serie di test di 'abilità mentale': il numero di test superati serve a stabilire il quoziente di intelligenza individuale.
Per differenti gruppi di età vengono adottati test diversi per evitare che, ad esempio, un bambino molto piccolo venga penalizzato perché non sa leggere.
Si attribuisce per convenzione il valore 100 alla media di ogni gruppo d'età.
I punteggi hanno una distribuzione normale.
Nel caso di una distribuzione marcatamente non gaussiana (gaussiana come sinonimo di 'normale') si sostituiscono i test e così pure nel caso in cui si manifesti una considerevole deviazione dalla media, e cioè da 100.
I bambini di cinque anni e gli adulti di venticinque, che abbiano lo stesso punteggio, manifestano ovviamente capacità molto diverse sia nei test sia in altri compiti.
Ne consegue che il test di intelligenza non è una misura diretta delle capacità.
Tuttavia si pensa che il QI misuri l'intelligenza: quindi l'intelligenza non si può definire semplicemente in base alle capacità.
L'età cronologica funziona da costante di correzione: ciò permette di confrontare tra loro soggetti di età diversa anche se la prestazione migliora con l'età.
Il fatto che il QI non vari con l'età implica che tutti, o quasi tutti, gli individui si sviluppino in modo abbastanza costante.
Ma poiché il tasso di sviluppo non è misurato in modo indipendente, non ha più senso dire che l'intelligenza aumenta, diminuisce o non muta con l'età perchè la misura dell'intelligenza, che è il QI, per definizione non muta con l'età.
In altre parole, poiché il QI medio di una certa fascia d'età non varia per definizione, risulta ovviamente assurdo affermare che il QI aumenti, o cambi, sebbene le capacità mutino invece notevolmente da una fascia d'età all'altra.
Ciò va benissimo, a patto però che si sia consapevoli della logica della situazione.
I compiti proposti dai test per misurare il QI possono sembrarci estremamente banali, ma proprio questi compiti dovrebbero misurare i limiti della nostra capacità di capire e di creare.
Si tratta di una pretesa notevole: così notevole che andrebbe giustificata almeno da una capacità previsionale dei test stessi, o da una base teorica fondata che ci permetta di capire a fondo il funzionamento e la natura dell'intelligenza.
La scelta dei test di intelligenza favorisce arbitrariamente qualche gruppo?
Prendiamo ad esempio in considerazione il QI medio dei maschi e delle femmine.
Gli esperti ammettono generalmente che esistono differenti capacità nella soluzione di molti test in rapporto al sesso.
Si ammette che le femmine abbiano capacità linguistiche e sociali (ma queste ultime risultano di difficile misurazione) migliori dei maschi; e che i maschi affrontino con maggior disinvoltura i problemi spaziali e meccanici.
E evidente, dunque, che con un test prevalentemente spaziale e meccanico i maschi raggiungeranno un punteggio medio superiore, mentre un test con problemi prevalentemente linguistici o sociali favorirà le femmine, le quali otterrano così un miglior punteggio dei maschi.
Per offrire un minimo di garanzie sull'oggettività dei risultati, chi è preposto all'elaborazione dei test dovrà far sì che le capacità specifiche di ogni sesso siano equamente rappresentate nei vari test.
Il problema sta nel fatto che entro certi limiti è possibile 'manipolare' le cose modificando semplicemente nei test di intelligenza il rapporto fra prove che favoriscono i maschi e prove che favoriscono le femmine.
Non si può conoscere l'entità a cui la manipolazione può arrivare, ma potrebbe essere valutata analizzando i dati delle singole prove.
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